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Una breve considerazione sulla presunta “tristezza”del VeggiePride

Scritto per VeggiePride – apparso qui.

Più volte, nel corso delle quattro edizioni italiane del VeggiePride, abbiamo assistito a critiche  più o meno articolate rivolte all’atteggiamento generale del corteo, e dunque a quello dei singoli manifestanti. Sono convinto che molte di queste critiche, e le conseguenti discussioni, siano scaturite dall’impeto di una volontà aprioristica di criticare e, tranne rarissime eccezioni, si costituiscano come credenze ponderate.

Una breve, e non polemica, considerazione in tal senso:

Dovremmo cercare di mantenere un certo “decoro” e di comprendere che siamo in corteo – durante il VeggiePride, intendo –  per prestare agli animali gli occhi per piangere e non per veder sfilare un egocentrismo esagerato manifestatosi in travestimenti, musiche non pertinenti, ragazze in perizoma, ecc. cosa che denota, con tutto il rispetto,  solo una disinformazione molto triste riguardo l’antispecismo come movimento per una liberazione totale da un dispositivo di oppressione. Certo, ma perché ogni corteo dovrebbe essere antispecista? Forse non è necessario, forse il VeggiePride nasce con una diversa impostazione culturale? Tutto giusto, e non obietto, ma credo comunque che almeno la postura antispecista andrebbe compresa e, almeno in parte, andrebbe trasposta – magari con umile timidezza – entro i principi generali del corteo.

L’antispecismo, come autentico progetto di liberazione, può avvenire solo se tutti diventiamo consapevoli che finché siamo tra noi, scherzare – ridere – cantare, è “ok”, ma se manifestiamo per gli animali, cioè al loro posto, è il dolore che dobbiamo esprimere. Vogliamo che il VeggiePride sia una manifestazione per liberare gli animali o per affermare il nostro orgoglio di non mangiare qualcosa? Auspicando un’ovvia risposta, mi permetto di dire che musiche da circo e gente travestita in modo non pertinente non aiuteranno, in nessun modo, la liberazione animale.

Lo dico con affetto, lo dico da partecipante e da organizzatore, lo dico da antispecista e da portatore delle urla delle vite offese: io, se davvero le varie “parade” americane o affini, diventano il nuovo obiettivo dei manifestanti italiani, non riuscirò più a  partecipare al corteo.  Un carnevale che denuncia l’orgoglio di essere mangiatori di qualcosa, o non mangiatore di altro, non ha alcuna importanza se è gli animali che volete liberare: dobbiamo essere coloro che fanno emergere la sofferenza animale e la nuda condizione dell’animalità violata nel suo intimo.

Abbiamo un anno per riflettere, il corteo del 2011 è passato da poco ed ho già sentito alcune critiche che remano in direzione contraria rispetto a quanto ho scritto qui. Riflettiamo ad un modo intelligente di essere animalisti – senza che nessuno critichi per un ristorante sbagliato, per l’apertura ai vegetariani o per altre trascurabili contingenze. In corteo siamo stati, siamo, e saremo una cosa sola, un’unica entità politica che si muove per eliminare le gabbie e le catene attraverso cui imprigioniamo gli animali umani e non umani;

non voglio più vedere dei video, presentati come belli e da imitare, in cui si vede solo della gente che vuole manifestare per apparire: noi siamo i portatori di diritti degli altri, non del nostro narcisismo. Io, e molti altri amici insieme a me, durante il corteo abbiamo sofferto, ed è solo riempiendo il nostro cuore delle urla, del sudore, del sangue e della disperazione  degli animali che dobbiamo continuare a lottare.

Possiamo davvero cambiare questo mondo, possiamo davvero salvare gli animali. Dopo, il tempo per ridere e cantare, vi assicurò, non mancherà di certo.



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