Alla ricerca di un centro di gravità permanente

Alla ricerca di un centro di gravità permanente
Un dialogo tra Leonardo Caffo e Andrea Staid
Sabato 15 giugno 2019 dalle ore 09:30 alle 13:30
Università del Salento Piazza Tancredi 7, 73100 Lecce
SALA DEL RETTORATO.
Festa della Filosofia Politica

61538485_353494951975028_5028422675068878848_o

Secondo Gilles Deleuze la forma di vita del contemporaneo verso cui tutti dobbiamo tendere è quella del “nomade”. Una figura presente nella filosofia almeno di Nietzsche che la descrive così: “Arrivano come il destino, senza causa, senza ragione, senza pretesto …”. Il nomade, per Deleuze, è colui che diviene-altro: concatenazione di simboli, entità, luoghi. Gli antropologi sanno bene che l’essere umano per la maggior parte della sua esistenza è stato nomade. Come ci ricorda Ugo Fabietti Il movimento rappresenta un elemento costitutivo dell’esperienza umana che ha, nel nomadismo di alcuni popoli asiatici, l’icona del nostro immaginario. Dal neolitico ad oggi, il nomadismo ha attraversato profonde trasformazioni, e ha anche rappresentato una forma di esistenza interconnessa con quella che è la sua dimensione “speculare”: la sedentarietà, l’occupazione del territorio in forma stabile, la permanenza degli insediamenti e dei mezzi produttivi. Il nomadismo sopravvive nella scelta degli “spiriti nomadi”: desiderio di libertà e di fuga, fantasie da viaggiatori, o, in scelte che sono nella maggioranza dei casi obbligate, come le migrazioni dovute alle persecuzioni, alla povertà, alla violenza e alla guerra. Jacques Attali scrive che l’uomo fu inizialmente nomade; oggi, assimilata la stanzialità ed a causa della mondializzazione, sta diventando “nomade” in un modo nuovo.
Il nomadismo non è quindi caratteristica del solo migrante economico oggi, ma descrive l’essenza del precariato culturale e del movimento della figura dell’intellettuale: senza una casa, senza una geografia, l’intellettuale è colui che coincide con la sua vita mentale e si sposta, privato dal capitalismo di quello che nel teatro si chiama “centro di gravità permanente”. Quanto di questa condizione influisce sul lavoro e sulla produzione intellettuale e quanto, come nel caso dei “dervishes turners” è possibile provare ad avere un centro in assenza di possibilità di permanenza?