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Intervento per “No sagra osei”

Il coordinamento No Sagra Osei mi ha chiesto un piccolo contributo; si chiama “Il mio canto libero” ed è apparso qui.

Calde gabbie raccolgono i canti di individui senza nome. Tutti gli anni, la prima domenica dopo il ferragosto, a Sacile (PN) è in scena ciò che resta del Sabato del Villaggio: affacciandoci, intristiti, dalle nostre finestre lontane, osserviamo gli occhi increduli di un animale prendere il posto della donzelletta leopardiana. Il divertimento dei paesani coincide ora con il terrore degli uccelli: l’odo gli augelli far festa assume adesso, osservando i carcerati, la sinfonia malinconica di una tempesta.
Lo sfruttamento animale ha mille volti, nel suo privar del volto l’altro da sé, ed è difficile stabilire cosa sia più o meno grave quando, serve ripeterlo, è una vita che soffre – quella singola vita – ad essere messa in discussione.
La festa, per gli umani che corrono ad ascoltare il canto mesto degli uccelli di Sacile, sembra davvero grande, non c’è dubbio.
Così grande che bisognava fare una replica, una sola Domenica non bastava: passata la Pasqua, e divorato l’agnello di Dio che toglie i peccati smembrato e cucinato, ha luogo la “Fiera Primaverile degli Uccelli”.
Potrei ora, ancora una volta, mostrare perché tutto ciò non è necessario: perché uccidere e torturare animali per abbigliamento, ricerca, divertimento e nutrizione è completamente inutile, moralmente sbagliato, e onestamente riprovevole.
Ma fiumi di inchiostro affiancano i fiumi di sangue, e la pretesa di un umano che cede dinnanzi alla logica razionale, o al coinvolgimento emotivo, è svanita insieme ad ogni vita offesa di e da questo mondo.
Potrei sforzarmi di spiegare che la caccia, quello “sport” praticato da molti visitatori della sagra degli Osei di Sacile, è violenza verso innocenti a puro scopo ludico.
Che se l’antispecismo riesce ad abolire, come di fatto è accaduto dalla pubblicazione di Animal Liberation di Peter Singer, il confine morale tra le specie allora ogni cacciatore è un assassino, e la Domenica dopo Ferragosto, a Sacile, ha luogo una vero e proprio genocidio: una distruzione dell’altro giustificata sotto l’egida della differenza, la stessa che portava gli “ariani” a massacrare gli “impuri”. Potrei farlo, avrei gioco facile, ma non lo faccio.

Vorrei invece parlarvi del canto. Solo in epoca relativamente recente è nato il bisogno di studiare scientificamente le emissioni sonore degli uccelli: la prima registrazione in assoluto fu effettuata nel 1889 in Germania da Ludwig Kock.
Dal 1912 poi, alcuni ricercatori della Cornell University diretti da Arthur Allen, perfezionarono le tecniche e l’attrezzatura necessarie per conoscere l’essenza di questi canti.
Da allora, i risultati sono stati sorprendenti, in certi casi sono state rintracciate anche complesse strutture sintattiche tali da poter definire linguaggi, a tutti gli effetti, i suoni che come umani non riusciamo ovviamente a codificare. Ma ancora una volta, non è la “linguistica animale” quello di cui vorrei parlare.
Vorrei dire qualcosa del canto, ma proprio del canto di coloro che sono ingabbiati e mostrati, come delle merci, nelle fiere di Sacile e in quelle di tutto il mondo. Ma anche dei canti dei carcerati umani, degli animali da circo e da macello. La musica è energia, e il canto muove questa magia che emancipa l’individuo dalla sua condizione terrena.
Il canto è emissione di suono, è ritmo e altezza di una velocità spaziale, ed è melodia che rompe il silenzio.
Mi piace pensare che gli individui senza nome che popolano le gabbie, ovunque siano le sbarre che impediscono una vita, cantino per inseguire la libertà attraverso un’estensione di sé stessi: la voce si espande e supera i confini delle nostre celle, si spinge oltre i confini del nostro sguardo e raggiunge individui – altri da sé – sconosciuti al cantore.
Mi piace pensare agli uccelli di Sacile come ad un coro, che attraverso la maestosità del canto tenta di sfuggire alla meschinità dell’uomo.
Dalla finestra da cui Leopardi guardava il suo villaggio, può ora ascoltare il canto dei prigionieri esposti allo sguardo vitreo dei visitatori.
Un canto libero che nessuno potrà mai ingabbiare, e che noi dobbiamo ascoltare per liberare – finalmente – ogni gabbia di questo mondo.

Mi piace pensare che i bambini, portati da genitori a Sacile per osservare gli uccelli, riescano ad ascoltare quello che i carcerati hanno da dirgli.
I bambini sono la nostra speranza, ed il nostro futuro. Sono il nostro canto, l’estensione di chi non c’è più, il volto dei volti scomparsi.
Dobbiamo conservare la speranza, anche se dinnanzi alla pallottola del cacciatore che colpisce l’animale vorremmo solo gridare.
Dobbiamo credere che almeno i bambini riescano a codificare l’essenza dei canti, e a serbare in cuore un monito di liberazione. Dobbiamo farlo perché altrimenti tutto si spegnerà in un buio silenzio, ed il canto scomparirà insieme a noi.

Mi piace essere ottimista, dalla mia finestra in cui si è appena posato un passerotto … fa cenno con la testa e inizia un canto. Poi mi vede, mi osserva e fugge impaurito. E non mi resta che continuare la sua melodia … chissà dove andrà, dove sarà … e perché.

Il mio canto è libero, come lo era il suo.

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