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Indistinti nella carne che dunque siamo: Tre domande a Matthew Calarco

Apparso su Asinus Novus.

Originale in Inglese.

Un breve estratto (domanda 3) è pubblicato anche sul quotidiano “Linkiesta”.

Leonardo: Perché credi sia importante affrontare la questione animale utilizzando filosofie e pensatori “continentali”?

Matthew: Penso esistano diversi modi di affrontare la questione animale, ad esempio, attraverso il diritto, la letteratura, l’arte, il cinema, la scienza, e così via. La filosofia rappresenta un altro importante approccio che ha aiutato l’umano a pensare attraverso gli animali e, ad oggi, gli approcci filosofici all’animalità sono stati dominati dalla cosiddetta filosofia analitica anglo-americana (in particolare dalla branca della teoria etica che si è sviluppata da quella tradizione). Non metto in dubbio l’importanza del lavoro svolto dai pensatori in questa tradizione (e qui ho in mente tutti: da Peter Singer a Tom Regan, da Paola Cavalieri a Mark Rowlands), ma penso che sia importante notare che il loro approccio generale è una via ed un percorso di pensiero tra i tanti.

Inoltre, a mio avviso, è importante sottolineare che ci sono alcune profonde lacune e dilemmi conseguenti all’approccio analitico all’etica animale, alcuni dei quali sono stati esaminati nel mio Zoografie (Mimesis, 2012).

Vorrei brevemente soffermarmi su uno di questi dilemmi.

Uno dei problemi principali che si pone nel contesto della filosofia analitica animale è che si tende a diffondere una certa concezione del soggetto umano, come al centro della sfera della morale, e poi si procede all’estensione di questa “sfera” fino ad includere gli animali non umani. In altre parole, entro la maggior parte di queste teorie, gli animali sono inclusi nella considerazione morale in quanto sono come “noi”: altri esseri che non ci assomigliano in modo convincente sono, solitamente, lasciati fuori dal ambito d’attenzione e considerazione. Ora, tali argomentazioni “per analogia” (per esempio, questo dato gruppo di animali è simile a questo gruppo di umani, quindi dobbiamo fornire uguale considerazione) sono indubbiamente importanti a certi livelli e in certe situazioni, ma hanno una grave ripercussione per tutti gli esseri che non assomigliano a “noi” in modo rilevante.

Una delle principali tendenze nell’ambito della filosofia continentale che trovo utile per respingere questa tendenza analitica discutibile è l’analisi critica del “umano” che troviamo in pensatori come Nietzsche, Heidegger, Derrida, Deleuze, Irigaray, Braidotti, ecc. Questo approccio filosofico prende come punto di partenza l’idea che le nozioni tradizionali di natura umana (basate su soggettività cosciente, piena presenza di sé, responsabilità dell’azione, e così via) non siano più sostenibili (si arriva a questa posizione attraverso una batteria argomentativa che non posso ricostruire qui). Se seguiamo la linea di pensiero inaugurata da questi filosofi, allora dobbiamo ripensare in modo fondamentale, che cosa significhi “umano”.

E da quando abbiamo intrapreso questo tipo di analisi, abbiamo immediatamente constatato che tutti i tradizionali paradigmi (markers) della superiorità umana, che qui mettiamo in questione, sono stati utilizzati più volte, nel corso della storia del pensiero, cultura, diritto, economia, e così via, per differenziare gli esseri umani dagli animali: per pensarci in opposizione all’animale. Quindi, se non possiamo più credere in quei markers di superiorità umana per dirci chi siamo, possiamo anche non essere più sicuri di chi o cosa gli animali sono e di ciò che la nostra relazione con essi potrebbe essere (sia ontologicamente che eticamente). In breve, dobbiamo anche ripensare in modo fondamentale, che cosa significa essere “animale”.

La filosofia continentale, se perseguita nel senso che qui ho brevemente delineato, conduce ad un ripensamento dell’animalità che comincia con un profondo stato di aporia, di confusione e tumulto, su “cosa” gli esseri umani sono, e su “chi” sono gli animali. Questo punto di partenza ci impone di costruire concetti e modi alternativi di pensare che non si fidino più, acriticamente, delle classiche categorie e distinzioni che si sono strutturate entro la cultura dominante nel pensiero, e nella vita, fino ai nostri giorni. Questo è un approccio molto più modesto nel pensare gli animali, ed è un approccio che procede con la consapevolezza delle insidie site nella creazione convenzionale di linee ontologiche ed etiche chiare e distinte tra esseri umani e animali.

Leonardo: In un tuo articolo abbastanza recente difendi l’approccio all’indistinzione entro la questione animale. Ora, capisco cosa intendi in filosofia, e perché lo fai: ma questo approccio non è profondamente pericoloso per l’attivismo animalista?

Matthew: Sì, ci sono certi pericoli in questo approccio, lo ammetto: quindi devo essere molto cauto e preciso. Vorrei cercare di esserlo, come posso, in questa sede.

Seguendo la linea di pensiero che ho appena descritto nella domanda precedente, quella che ho chiamato “indistinzione”, si manifesta lo spazio dell’aporia in cui ci troviamo quando si parla di animali e di esseri umani. Se le distinzioni nette che sono state usate per differenziare umani e animali vengono eliminate, gli esseri umani e gli animali cadono in uno spazio condiviso in cui diventano profondamente indistinti gli uni dagli altri. Indistinzione non vuol dire, superficialmente, stabilire un’identità, ovvero, non significa che essi (gli animali) sono ora visti come noi (esseri umani), e viceversa; significa che ciò che chiamiamo umano, e ciò che chiamiamo animale, rientrano ora in una zona del tutto diversa di profonda indistinzione che ci impone di utilizzare alternative linguistiche non convenzionali, concetti e idee differenti, se vogliamo parlarne. In altre parole, “indistinzione” significa che abbiamo un lavoro etico e ontologico da fare. Si palesa inesorabile una domanda: come potrebbe, ciò a cui gli “esseri umani” e gli “animali” si riferiscono, essere pensato altrimenti da un punto di vista etico e ontologico? Conosciamo i vecchi approcci di demarcazione umano/animale (ontologicamente, gli esseri umani sono separati dagli animali da un abisso, ed eticamente, gli esseri umani hanno più valore intrinseco rispetto agli animali). Ma se il concetto di “umano” scompare, e con esso quello di “animale”, allora non sappiamo più chi siamo e cosa potremmo diventare, che tipo di affetti e relazioni potremmo avere, che tipo di mondo potremmo costituire e abitare. In altre parole, la visione dell’uomo e degli animali come indistinta comporta pensarsi tutti in uno spazio condiviso di sperimentazione ontologica ed etica.

Ora, questa linea di pensiero potrebbe dimostrarsi politicamente pericolosa se sospettatissimo una conseguente richiesta di eliminazione di molti movimenti progressisti per l’uomo, dalla giustizia sociale alla rivendicazione di diritti, ecc. Tradizionalmente, molti gruppi di uomini sono stati emarginati per il fatto che non erano pienamente umani, che erano “come animali”. Molti di questi gruppi emarginati hanno dovuto lottare per la loro umanità, cioè per il riconoscimento della loro posizione di diritto in quanto essere umani e io, con la mia teoria, potrei essere visto, apparentemente, come colui che cerca di minare queste rivendicazioni umane dalle fondamenta! Ma spero che sia chiaro che io sono totalmente dalla parte di questi movimenti progressisti per la giustizia sociale. Sono pienamente, e dolorosamente, consapevole di quanto la retorica della “somiglianza animale” sia stata utilizzata per emarginare gli esseri umani in tutto il mondo, e sono profondamente consapevole di quanto sia importante essere riconosciuti come completamente umani per ottenere una vita degna di essere vissuta.

Ma va detto chiaramente che sono esistiti anche movimenti radicali che hanno cercato, nel corso degli anni, il cambiamento sociale con altri mezzi, e percorrendo altre strade. Molti di queste lotte sono profondamente diverse tra loro: si pensi ai queer, ai gruppi femministi, ai popoli indigeni, all’anti-razzismo, ai no-global, agli ambientalisti radicali, ecc., che hanno sostenuto che i movimenti radicali per la giustizia sociale non devono basare le loro rivendicazioni su chi è umano e chi non lo è, o su a chi dovrebbe essere concesso l’accesso allo status quo economico/legislativo/culturale associato alla parola “uomo”. Il loro obiettivo è stato quello lasciarsi alle spalle quel mondo fin troppo umano per costruire un mondo in cui molti mondi sono possibili per gli esseri di ogni genere. Invece di giocare al vecchio gioco dell’espansione del cerchio, in cui si stabilisce il bene per pochi e poi lo si concede agli altri pochi simili, questi movimenti ci mettono con la schiena al muro, ci chiedono di uscire del tutto da questo meccanismo di colonizzazione dell’umano. Il mio lavoro si inserisce a fianco e a sostegno di quelle lotte. Quindi, per rispondere alla tua domanda, il mio lavoro non è volto a sottovalutare, o respingere, le lotte umaniste progressiste per la giustizia sociale che ho menzionato in precedenza, quanto, piuttosto, è rivolto ad approfondirle e radicalizzarle nel nome di coloro che continuano ad essere emarginati dall’ordine stabilito dall’antropocentrismo.

Leonardo: Oltre ad essere un filosofo della questione animale, ti definiresti anche un attivista? Sei diventato vegano? E pensi che diventare vegani sia importante, nonostante, ne sono cosciente, tutti i limiti e problemi del caso?

Matthew: Sono stato coinvolto nell’attivismo animalista di vario genere, e in vari livelli, per molti anni. E sì, il veganismo è a mio parere un aspetto importante ed essenziale per respingere ancora una volta l’ordine antropocentrico prestabilito. Il veganismo, tuttavia, non è per me un tentativo di essere puri – volto a fare in modo che non si consumino animali o prodotti di origine animale o, ancora, che gli animali siano esenti da alcun danno. Dato il mondo in cui viviamo (che è profondamente violento verso gli animali ad ogni livello immaginabile), e data la logica più generale dei consumi (che è intrinsecamente violenta), il veganismo puro è impossibile da raggiungere, e so che, nonostante tutti i miei sforzi (io sono un vegano rigoroso) continuo indirettamente a consumare animali e a causare loro del male in innumerevoli modi. Ma questo non significa che possiamo mangiare qualsiasi cosa, perché la società limita il veganismo. Anzi, proprio per questo, la domanda diventa: come posso io, o meglio, come si può vivere e consumare più rispettosamente possibile (ed essere consumato, perché il consumo avviene anche per i “consumatori”!)? Il veganismo, dunque, è il nome che diamo a quella pratica di mangiare eticamente che viene intrapresa in favore degli animali, entro un loro riconoscimento come soggetti.

Per me, il veganismo è uno dei modi di mettere in pratica il concetto di indistinzione. Gli animali e gli esseri umani sono completamente, e profondamente, indistinti nel fatto che siamo, tutti noi, potenzialmente carne. Questa è una delle lezioni più importanti di artisti come Francis Bacon (un punto che è ben analizzato da Deleuze nella sua lettura di Bacon), di teoriche del femminismo come la Val Plumwood (si veda il suo Being Prey), così come di molti popoli indigeni le cui tradizioni hanno influenzato il mio lavoro. Al contrario di alcuni studiosi di etica animale che vedono gli animali e gli esseri umani come fondamentalmente non commestibili, e che costruiscono il loro veganismo su una specie di divieto assoluto del consumo, io credo invece in una condivisione, tra animali e uomini, di una zona indistinta, una “zona carnosa”, in cui tutti sono potenzialmente carne (intesa come cibo) e che dà luogo ad un altro tipo di veganismo. I vegani di questo tipo, fra i quali mi sentirei di annoverarmi, evitano di mangiare carne, per quanto possibile, non perché gli animali non dovrebbero essere considerati come carne. Gli animali sono potenzialmente carne (e pure noi!), e possono essere mangiati, si mangiano, e saranno mangiati. Ma ciò che sappiamo, noi “compagni carnosi”, in quanto “esseri incarnati” che praticano questo tipo di veganismo, è che i corpi degli animali possono essere molto di più della carne “semplice”.

I moderni allevamenti intensivi di animali, e le industrie carnee, cercano di ridurre gli animali a carne “semplice” (uso le virgolette perché non c’è nulla di “semplice”, a mio avviso, nell’essere trasformati in questo tipo di carne), per farci credere che i loro corpi hanno come unico scopo quello di finire trasformati in manzo, prosciutto, e vari sottoprodotti che arrivano sui nostri piatti, o coprono i nostri corpi. Quindi, sì, gli animali sono potenzialmente carne da mangiare, ma sono potenzialmente più di quello. Il veganismo è un tentativo di liberare gli animali evidenziando queste potenzialità aggiuntive, queste altre possibilità. Si tratta di un tentativo di liberarli da un mondo e da un ordine stabilito che ha impedito agli animali di costituirsi i propri mondi, le loro relazioni, il loro divenire soggetti, con gioie e passioni. Come tale, il veganismo di questo genere, non è un odio o un disgusto per la carne, ma una identificazione profonda con e per i corpi carnosi e la loro vasta gamma di potenzialità. Inoltre, il veganismo di questo tipo, è anche un tentativo di liberare noi stessi verso altre possibilità, potenzialità, e passioni. Chissà cosa possiamo diventare quando proviamo a mangiare pensando a questi aspetti, con più rispetto? Chissà cosa possiamo diventare quando ripensiamo chi siamo e chi sono gli animali?

Vorrei anche sottolineare che è per questo che il veganismo non può essere limitato a una presa di posizione etica individuale se vuole essere seriamente perseguito. Lo stato di cose che mira a ridurre gli animali a carne “semplice” è straordinariamente potente ed è costituito da una serie di sistemi economici, giuridici, ontologici e, le istituzioni, lo sappiamo, non possono essere cambiate (ma neanche seriamente riformate) attraverso un veganismo individuale o collettivo.

Il veganismo come pratica che qui ho delineato deve andare ben oltre un cambiamento delle abitudini alimentari e deve estendersi a una riflessione e ad una trasformazione radicale di tutto: dal trasporto (si pensi alla morte di massa, e alla sofferenza associata ad autostrade, ferrovie, ecc.), all’utilizzo di energia (ogni fase del processo di estrazione, lavorazione, e uso di combustibili fossili ma anche di “energie rinnovabili” è danno assoluto alla vita animale, per non parlare della sofferenza causata attraverso i cambiamenti climatici), all’architettura (le nostre città, paesi e infrastrutture generali, sono costruiti con molto poca o nessuna considerazione del benessere animale) ai rifiuti, al nostro uso collettivo di acqua, suolo, aria, e altri aspetti del mondo materiale che compongono gli ambienti degli animali. È enormemente difficile pensare attraverso i problemi degli animali, al loro posto, in questo attuale stato di cose, ma ci sono numerose possibilità promettenti anche grazie alla formazione di importanti legami con altri movimenti per il cambiamento radicale (tra cui, naturalmente, tutti i gruppi che ho citato sopra, che cercano di costruire un mondo in cui molti mondi sono possibili per tutti i tipi di esseri).

La scommessa che guida il mio lavoro filosofico è che la trasformazione reale dello stato di cose avverrà, e avverrà per tutti, attraverso questo tipo di alleanze e sodalizi.

[L’intervista originale è stata rilasciata dall’autore in lingua inglese, la traduzione è mia]

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Categorie:animot, interviste, philo

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