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Inglese obbligatorio al Politecnico di Milano “Shit” invece di “cacca” migliora l’università?

Un mio articolo apparso oggi su Gli Altri.

Il Senato accademico dell’università pubblica milanese “Politecnico di Milano” ha deciso: dall’anno prossimo si passa all’inglese. Corsi ed esami verranno tenuti nella lingua della regina Elisabetta, e ai docenti contrari non rimane che appellarsi alle leggi fasciste, più precisamente all’articolo 271 del regio decreto del 31 agosto 1933, n. 1592: provvedimento voluto dalle “italianissime pretese” di Benito Mussolini che stabiliva che “la lingua italiana è lingua ufficiale dell’insegnamento e degli esami in tutti gli stabilimenti universitari”. Udite udite, io sto con Benito (solo per questa volta, fortunatamente).

I motivi per cui il Politecnico ha preso la decisione sono chiari, talmente chiari che dovremmo parlare di buoni argomenti, più che di motivi. Per citarne alcuni: indispensabilità dell’inglese per competere nel mercato del lavoro europeo; l’inglese è la lingua della ricerca scientifica; attirare studenti stranieri; rendere appetibile l’istituzione accademica per professori non italiani che vi volessero insegnare; ecc. Perché stare con Benito allora o, per essere meno criticabili, con Pasolini che affermava l’indispensabilità dell’autonomia linguistica (e dunque, non dimentichiamolo, anche culturale) di una nazione? Vedete: che le nostre università funzionino non proprio benissimo, purtroppo, è cosa chiara a molti. I recenti tentativi di rendere trasparenti ricerca scientifica e assunzioni con l’istituzione dell’Anvur (l’agenzia che valuta la produzione scientifica degli impiegati) rappresentano più il sintomo, che la cura del malanno. I dottorati di ricerca godono di miseri finanziamenti, quando non si è costretti a superare un concorso difficilissimo (e troppe volte “pilotato”) non avendo, nella maggior parte dei casi, neanche la gratificazione dello stipendio una volta ottenuto il posto in questione. Vincere un assegno di ricerca è una chimera, specie nelle facoltà umanistiche in cui trovare i finanziatori (metà del finanziamento tocca, infatti, ad “enti esterni”) è facile solo se i donatori coincidono con i tuoi genitori e, infine, diventare strutturati – ovvero impiegati a tempo indeterminato – è talmente difficile, così amaro nella sopportazione delle pratiche del “sottosuolo torbido” delle università, da costringere molti a rinunciare a un’ età compromettente per il futuro lavorativo. Se la situazione in Italia è questa, dunque, mentre “all’estero” (a noi italioti esterofili piace dire così, “all’estero”, ovunque questo sia, purché non sia italiano, è “più meglio assai” delle nostre cose) tutto fila liscio, perché opporsi al cambiamento del Politecnico che mira a trasformare la migliore università italiana (statistiche alla mano) in una delle migliori europee?

Recentemente (il 26 Luglio) Augusto Illuminati ha pubblicato, sulle pagine di Alfabeta2, un articolo dal titolo “angeli necessari” (storpiatura plurale di una “ricerca” di Cacciari), in cui commentava con velato sarcasmo la filosofia (metafora di molte discipline) da palcoscenico a cui stiamo assistendo: “la filosofia e i suoi eroi”, università che si vantano di avere i migliori filosofi italiani, festival del pensiero tutti “chiacchiere e distintivo”, e via discorrendo. La verità è che l’università italiana, quella che ancora conservava il suo scopo di tempio della cultura e della ricerca, si sta trasformano nell’ennesima industria culturale: all’epoca in cui tutto è quantificato col parametro del soldo, anche il sapere deve concorrere alla battaglia allo spread, al pil e, perché no, essere anche “very good”. Che poi, se io volessi studiare in inglese (e, per inciso, senza essere stato obbligato dal rettore del Politecnico, l’ho fatto) preferirei andare a Oxford, allo UCL, a Jean Nicod, piuttosto che restare nella terra dell’inglese parlato a mo’ di Alberto Sordi: “iu uont pizza and marmellata?”. Non solo, se nasco in Italia, studiare l’inglese deve essere una scelta, suffragata proprio dai buoni argomenti forniti dal Senato accademico del Politecnico, ma non un’imposizione. C’è un errore di fondo, nelle pratiche di progresso italiane, che risiede nel confondere, come diceva sempre il buon Pasolini, le parole “sviluppo” e “progresso”. Un mio amico, anche lui lavora all’università, mi ha detto che il mio ragionamento è scorretto perché analogo a un ragionamento del genere: “è immorale fare ricerca sul cancro perché c’è molta più gente che muore di malaria”. Non credo sia una buona analogia, mentre credo che la pratica politecnica trovi un analogo nel volere bucare una montagna per fare la TAV, o nel voler spaccare un pezzo di Sicilia per fare un ponte su uno stretto destinato ad allargarsi. Che senso ha fare un ponte sullo stretto se poi quando arrivi in Sicilia, amara esperienza personale, le autostrade fanno, come dire per essere garbati … “schifo”? Per non parlare della Salerno-Reggio Calabria; pensate: uno si fa tutto il ponte di Brooklyn e quando arriva a Manhattan non ci sono le strade … beh, benvenuti in Italia, “dove tutto costa meno”, diceva il tizio della pubblicità. E idem con patate per l’università: facciamo i corsi in inglese, salutiamo tutti con “welcome to Italy”, e poi gli facciamo fare i concorsi per il PhD truccati, con scritti allucinanti sulla vita di Teofrasto, quando il loro progetto di ricerca era, per dirne una, sulla semantica dei plurali.

Non molto tempo fa, in un bel libro andato anche in seconda edizione, Un’ikea di università (Raffaello Cortina), Maurizio Ferraris rilanciava alcune proposte per migliorare le università italiane come, ad esempio, l’abolizione legale del titolo di studio, l’obbligo di pubblicazione su riviste serie da parte dei docenti e, dulcis in fundo, l’obbligo di andare all’estero per i dottorandi proprio per imparare l’inglese e stimolare le proprie ricerche. Questo, a mio avviso, è un buon modo per discutere del problema della provincialità delle università italiane: chiamare “shit” la cacca, signori cari, non la renderà profumata. O forse si? Ma Tomorrow is a long time, diceva Bob Dylan …

 

 

 

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2 risposte »

  1. Bell’articolo Leonardo.
    Concordo pienamente con la tua posizione.
    Io conosco l’importanza di sapere bene l’inglese, ma come seconda lingua appunto. Non per soppiantare la prima.
    E soprattutto, che senso ha investire in una rivoluzione accademica del genere se poi le basi presentano problemi strutturali?
    E poi detesto questa maniera di trattare la cultura al pari di attività economiche ed industriali. Questo mito dell’efficienza, dell’utilitarismo di stampo americano che dev’essere per forza applicato ad ogni aspetto della vita, della ricerca, del lavoro. Ci sono professioni e passioni che non possono subire la pressione di determinati standard applicabili ad altri settori, no?
    Un abbraccio. 🙂

    • grazie Rita: concordo soprattutto con la tua frase “Ci sono professioni e passioni che non possono subire la pressione di determinati standard applicabili ad altri settori”, ma forse siamo troppo idealisti 🙂

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