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Fenomenologia di Pippo Baudo: due proposte per cambiare la politica

Un mio articolo apparso oggi su Linkiesta.

Ok: Pippo Baudo rifiuta la proposta e non si candida come presidente della regione Sicilia. Onestamente, dice lui, pensare di rinnovare la classe politica candidando un uomo che di mestiere fa il conduttore, e che è nato insieme alla televisione a gettoni, è davvero triste.

Mi sembra ovvio, con questa ennesima vicenda, che la politica sia definitivamente andata in ferie, insieme al rispetto che si dovrebbe avere per il popolo. In Italia la politica è un secondo mestiere: una sorta di aggiunta a una carriera parallela, una specie di premio. Imprenditori diventano politici, e magari ti governano (male, ormai diciamolo senza quella falsa correttezza da campagna elettorale) l’Italia per quindici anni; poi abbiamo i professori, che verso la pensione si trovano a esperire un quinquennio da amministratori, e poi gli avvocati, i magistrati, le veline …

C’è un errore di fondo, in questa logica italiana (e non solo, ma vorrei circoscrivere il discorso), che risiede nel considerare la politica non tanto come una professione a sé stante, quanto come un qualcosa in più, da sommare a qualcosa che c’è già. Per non parlare di quando, l’investitura politica, arriva come riconoscimento per un servizio al potente di turno: può trattarsi di una casa comprata all’insaputa, o di un pompino (questo, all’insaputa, la vedo dura).

È un errore che si verifica anche quando si definisce tecnico un governo fatto da economisti, banchieri e professori universitari. In linea di principio, un’ammucchiata del genere, è per definizione tautologica “extra tecnica”.

Se io metto un professionista di un settore, diciamo un meccanico, al ministero dei trasporti, non è che ho fatto un ministero tecnico: e lo stesso vale se metto un economista a Palazzo Chigi. Un tecnico è uno che sa fare il mestiere che fa, non uno che sapeva fare un mestiere e ora ne fa un altro.

Parrebbe banale, me non lo è. Manca del tutto una consapevolezza, qui nel bel paese, che si riferisca alla formazione della classe politica. Oggi, addirittura, si sta diffondendo il motto “basta che sia giovane e incensurato”, che dovrebbe governare le condizioni di possibilità dell’uomo politico: un’idiozia fantasiosa, se non fosse reale.

Non ci sono tecnici della politica in Italia, perché ci bastano Pippo Baudo e Massimo Cacciari: professionisti di un settore (rispettivamente, spettacolo e filosofia) che nulla hanno a che vedere con la politica, ma che riteniamo comunque meglio degli altri. Coerenza logica vuole che Pippo Baudo, e pinco pallo qualunque, siano in grado di governare la Sicilia nello stesso modo: perché nessuno dei due ha mai fatto qualcosa di simile, ed è gravissimo che un partito politico, il più votato per giunta, possa pensare di proporre a un pinco pallo di governare la regione più grande d’Italia.

Ci sono due proposte che vorrei fare, giacché ritengo del tutto ovvio quanto ho scritto fin qui, e dunque veniamo al meno ovvio. Una riguarda la formazione politica, l’altra il voto attraverso il quale scegliamo chi ci governa perché, questa è la cosa davvero grave, se Pippo Baudo avesse accettato, sarebbe anche stato eletto. La proposta che faccio può essere chiamata, giusto per battezzarla, la proposta del “doppio test”:

(1) L’unico modo di rinnovare la classe politica futura è richiedere che questa si formi, attraverso scuole e università, raggiungendo una formazione che, in modo inequivocabile, garantisca le competenze necessarie per un mestiere specifico: il politico. Bisogna conoscere, giusto per fare qualche esempio, la costituzione, saper separare le funzioni di stato e governo (aimè, non capita spesso), capire di economia decentemente ma, soprattutto, bisogna avere conoscenze della morale: nel senso che si deve comprendere che questo mestiere è un mestiere che mette in continuazione di fronte a delle scelte che riguardano la vita dell’altro – bisogna essere in grado di ragionare sui dilemmi etici senza preconcetti. Per diventare politici è necessario istituire dei concorsi pubblici, con curricula regolari e appropriati, e superare dei test che riguardano la storia della repubblica, dei partiti politici, la risoluzione di dilemmi morali, ecc. Sono sicuro che un test ben fatto, oggi, ci permetterebbe di ripulire parlamento e senato nel giro di due orette: ma sono i politici che dovrebbero smentirmi;

(2) L’unico modo per garantire al voto una reale funzione democratica è quella di far votare chi ha cognizione della materia su cui si esprime tramite il voto. Potenzialmente tutti, dunque, ma de facto solo chi passerà un test che dimostri che si è in grado di poter votare: un test che renda evidente che non si sta votando perché piace Berlusconi o perché Casini è cattolico, ma che espliciti che un votante conosce la storia del proprio paese e che, sulla base di questa, chiede un rinnovamento di una classe politica che dovrà svolgere dei compiti specifici e realizzabili. Può votare qualcuno che crede che il premier sia il capo dello stato e che Napolitano possa fare le leggi che vuole? Cosa c’è di più democratico nel dare a tutti la possibilità di dimostrare che si è in grado di votare?

Sono solo due proposte, ma scommettete che discuterne e cercare di realizzarle permetterebbe di rinnovare e cambiare questo paese senza bisogno di farsi sfanculare da un comico genovese?

L’unico spread  che mi preoccupa è quello tra ciò che facciamo e quello che invece potremmo fare.

 

 

 

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