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Donna partorisce calamari. Ecco il post-umano

un mio articolo apparso su “Gli altri”.

Una certezza: l’umano è un animale unico, diverso e sensazionale. Fatti a immagine e somiglianza di Dio, secondo alcuni, o in cima all’evoluzione biologica, secondo altri – gli appartenenti alla specie Homo Sapiens sono prodigioso “miracolo” della storia naturale di questo pianeta. Il loro corpo, alzatosi su zampe fattesi piedi, e resosi artefice della storia, dipinge il mondo in una figura dicotomica: prima, e dopo. Prima dell’avvento di Cristo, e dopo; prima del Neolitico, e dopo; prima della “civiltà”, e dopo. Una certezza, direbbe Wittgenstein, è ciò che precede il dubbio: e molto di questo presunto disegno divino, dalla storia della filosofia, è stato in effetti scalfito. Il confine “noi”/“altri” è meno nitido di quanto vorremo, fragile dinnanzi alle ibridazioni delle qualità più disparate. Il linguaggio, che ci rendeva unici agli occhi di Cartesio, si dissolve negli afasici e appare nei bonobo; la teoria della mente, che ci glorificava agli occhi delle neuroscienze, relega gli autistici nel regno degli automi e innalza i gorilla verso il regno dei bipedi. E poi la sofferenza, anche quella psicologica, che pensavamo ci rendesse unici si è rivelata, all’improvviso, come una capacità che pervade tutto il vivente animale: le bistecche che consumiamo, giorno dopo giorno, hanno rivelato il loro “volto”, sono diventate – si pensi alla riflessione di Jacques Derrida – gli “animali che anche noi dunque siamo”, e hanno risvegliato le coscienze che da Peter Singer in poi, con Liberazione Animale del 1975, hanno visto nello specismo un immane produttore di cadaveri; gli stessi su cui camminava (senza voltarsi) l’angelo della storia di Walter Benjamin.

Ma almeno qualcosa, diranno gli amanti dell’unicità della nostra specie, è rimasto: l’umano, per quanto sfumino i confini delle sue proprietà, rimane qualcosa di riconoscibile e speciale – i nostri figli saranno i costruttori del mondo che verrà, mentre gli animali rimarranno i “senza mondo” che periscono senza morire secondo l’Heidegger che, frattanto, glorificava la razza durante il nazismo, e pigliava a schiaffi il maestro (Husserl) dalla sedia di rettore.

Già, i nostri figli. Ma cosa è figlio, e cosa no? È successo, abbastanza di recente, un fatto che sembrerebbe sconvolgente: il Centro Nazionale per l’Informazione Biotecnologica del Maryland (negli USA) ha scoperto un’inseminazione da calamaro ai danni di una donna di 63 anni di Seul. Un boccone di un popolare piatto a base di calamari sbollentati è stato, infatti, galeotto cupido postumano: e sono così nati, nello sbigottimento generale, 12 piccoli calamaretti. Non saranno figli umani ma, fino a prova contraria, sono figli di umani. Che, data pure la potenziale fertilità, seguendo Darwin, sancirebbero l’esistenza di una nuova specie.

Ma facciamo ordine. Dopo il pasto, la malcapitata, sentendo un fastidio alla cavità orale, avrebbe cercato di sputare tutto quello che aveva ingerito: la successiva visita medica, impietosa, ha poi rilevato l’esistenza di dodici organismi bianchi, tecnicamente dei “bachi”, nella bocca della donna. I fatti invitano alla prudenza perché, onestamente, non è poi nato nessuno: un complesso intervento ha permesso ai medici di eliminare gli organismi estranei dalla cavità orale della signora, e lo spermatofore che avrebbe scavato nelle gengive e nella lingua della donna (lasciando le sue tracce in una membrana mucosa), è stato sconfitto. Inutile dirlo, tutti a gridare il loro schifo per l’accaduto. A dare solidarietà alla signora (io la darei, invece, ai poveri calamari), e a documentarsi sulla scarsa igiene del piatto in questione.

Questo evento, al contrario di come il senso comune prevedrebbe, permette di ragionare in modo definitivo su quel confine uomo/animale da cui siamo partiti. Un confine solo rinegoziato dalle varie scoperte, mente/linguaggio/e sofferenza trasversali, ma costantemente tenuto in vita da un umano attaccato alla sua importanza. È noto l’esperimento mentale di Richard Dawkins – detto dell’umanzé – in cui lo scienziato invita a riflettere su un corpo ibrido tra umano e animale. Altrettanto noto, non fosse altro perché è ciò che caratterizza il nostro vivere, è il trattamento che riserviamo agli animali non umani: uccisi per alimentazione, ricerca, divertimento e vestiario. Come ci comporteremmo, visto che abbiamo fatto collassare presunto confine di specie e presunto confine morale in un unico fenomeno, con casi del genere? Saremmo pronti a mangiare, uccidere e trucidare qualcuno che è un po’ umano? Un po’ come noi? Beh, anche se non assomigliano agli umanzé, i calamaretti della signora coreana sono proprio questi corpi che naufragano tra classificazioni inafferrabili: nati da umani, ma maledettamente animali, vengono espulsi dalla vita come fossero delle carie irrecuperabili. Inoltre, quasi che il postumano si realizzi per gioco, i calamari nascono da un atto di uccisione: il mangiare qualcuno, trasformato in qualcosa. Noi siamo calamari. Nel senso che siamo anche i maiali che trasformiamo in prosciutti; i polli che sgozziamo per il ringraziamento e i pesci che togliamo al mare ogni giorno: perché siamo, ancora una volta, primariamente quell’animalità che abbiamo respinto con forza: come sostiene Donna Haraway, nel suo Manifesto cyborg, se la cultura scientifica del XX secolo ci insegna che il confine tra umano e animale – mantenuto con l’ausilio di linguaggio, manualità, socialità, vita mentale – è costantemente abbattuto allora non esiste più niente, se non la “superiorità dell’umano” come pregiudizio (come la superiorità dell’uomo sulla donna, o del banco sul nero), a fornire in modo convincente un diverso trattamento etico di umani e animali.

Ma i calamari che rimarranno nel limbo dei mai nati, giacenti in potenza in un corpo umano apparentemente da loro distante, insegnano come la filosofia debba, non tanto ridisegnare il confine tra umani e animali e mostrare le falle teoriche della discriminazione delle “bestie”, ma argomentare in favore di un congedo definitivo dalla distinzione umano/animale così come oggi la concepiamo: verso quel futuro possibile di coscienze al di là del corpo da cui sono ospitate. Recentemente è stato tradotto in italiano il libro della psicologa americana Melanie Joy Perché amiamo i cani mangiamo i maiali e indossiamo le mucche (Sonda 2012) in cui si argomenta in favore della necessità di “fare la connessione” che quello che mangiamo era un “chi”. Noi non mangiamo cose (oggetti): mangiamo vite animali (soggetti). C’è dunque questa connessione involontaria nel calamaro mangiato, e nel calamaro che sarebbe potuto nascere: ci sembra normale divorare gli animali, ma ci stupiamo se le conseguenze possano portare alla nascita di colonie viventi nelle nostre bocche, e nei nostri stomaci. Ma se ci rimane soltanto il sogno di essere diversi, per mantenere in vita l’idea di un’umanità come altro dalla natura, non ha senso forse svegliarsi del tutto e cominciare, finalmente, a prendersi cura di ogni nostro prossimo (e figlio) potenziale? Sia esso umano, o calamaro, è innanzitutto vita animale: e come tale, e in quanto tale, va rispettata. Pensateci, la prossima volta che mangerete un calamaro, perché potreste essere costretti a prendervi cura dei suoi (e dei vostri) figli.

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Categorie:animot, philo, segnalazioni

1 risposta »

  1. Condivido previamente quello che dici, però allora mi chiedo: perchè non si può estendere lo stesso argomento per i vegetali? Non sono anch’essi esseri viventi, che soffrono e hanno diritto di vivere in modo naturale? Non è forse vero che c’è un dominio del regno animale sul regno vegetale? E allora perchè continuiamo ingiustamente a mangiarli? Se si esclude per principio l’argomento utilitarista e l'(animalissimo)istinto di sopravvivenza, anche l’argomento antispecista e tuttte le battaglie del veganismo e dell’animalismo crollano, perchè presuppongono l’estinzione del genere umano e animale (dal momento che non potremmo più mangiare neanche i vegetali).

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