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Se nella corsa allo spazio la scimmia è come un missile

Mio articolo apparso oggi su Gli altri.

Frase storica, più citata che capita, è quella di Kant che recita così: “il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me” (che è anche il suo epitaffio: «Der bestirnte Himmel über mir und das moralische Gesetz in mir»). Ma capita, talvolta, che le cose si capovolgano: la morale prende il volo, la si scorge lontano e, magari, solo il cielo stellato dentro di noi riesce a farci ricongiungere con essa. E capita, sempre talvolta, che la morale che è respinta dal quel “dentro di me” kantiano arrivi su, fino allo spazio, magari a 120 km di altezza, assumendo un volto che capovolge ogni rapporto etico possibile: è la morale che ci guarda, lontani, su quel puntino dell’universo – colmo di violenze insensate – che chiamiamo pianeta terra.

L’Iran, sulla scia di un sottile filo rosso che inizia con la pecora Dolly, si gode la sua porzione di successi spaziali che, da sempre, costituiscono metafora materiale di un presunto potere “terreno”: un altro animale, questa volta (più sensatamente) senza nome, è stato spedito nello spazio per sancire – nelle parole di Ahmad Vahedi – «il primo passo per la conquista dello spazio da parte dell’uomo». L’animale non è morto, ci tengono a precisare: tornata a destinazione ha però galvanizzato gli iraniani con la passione per lo spazio e già si pensa che aver fatto volare ratti, tartarughe e vermi ha avuto un senso (riflettiamo poi, che quei lanci di animali detti “minori”, non hanno fatto nessun scalpore). In una situazione del genere è necessario riportare due dati che, in modo speculare, evidenziano che la scimmia è proprio quella morale kantiana “sparata” nello spazio al di là di ogni suo concepimento possibile. Contro il fatto si sono sollevate due proteste assai diverse tra loro, per principi e scopi, da due soggetti altrettanto diversi: (1) il consiglio di stato degli USA che ha rilevato che secondo la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU all’Iran è vietato l’uso di tecnologia balistica e (2), come era ovvio aspettarsi, gli animalisti che hanno ritenuto che questi esperimenti sono “inutili” perché l’apparato muscolo-scheletrico della scimmia è incomparabile a quello dell’umano.

Due voci diverse, dicevo, ma che fanno ugualmente rabbrividire: nessuno si focalizza, come ci si aspetterebbe, su quella singolarità vivente che chiamiamo, con una forzatura immorale, “la scimmia”, ma solo su quello che, indirettamente, il suo lancio spaziale ha comportato. Da un lato, gli Stati Uniti il cui unico problema, nello stile classico del capitalismo colonialista, è che qualcuno possa mettere bandierine nello spazio diverse da quelle stelle e strisce mentre, dall’altro, coloro che dovrebbero difendere l’esistenza di quella vita sparata oltre il confine si limitano a dire che è stato inutile farlo: perché tanto siamo diversi e non possiamo impararne nulla. Che sarebbe come dire che, per esempio, vivisezionare le donne per scoprire qualcosa degli uomini è sbagliato perché è inutile per gli uomini, e non perché le donne in sé soffrono. Mary Midgley, filosofa non troppo nota (in Italia), sosteneva che «uscire dal sistema morale sarebbe come uscire dall’atmosfera»: e mai frase fu più vera. Dagli occhi di quella scimmia, oggi tornata in un mondo che non le appartiene, è l’atmosfera che si allontana da noi, insieme a ogni possibile concezione della moralità: tutto scompare piccolo, visto dall’orbita lontana di un corpo animale che non conosce altro che il dolore.

C’è una domanda, attuale e disarmante, che Annamaria Ortese poneva con semplicità (Corpo celeste, Adelphi), e che è la domanda che la scimmia continuava a chiedersi mentre la distanza spaziale cresceva, “credete davvero che la vita umana sia sempre e solo trionfo sull’altro?”. Il mondo, dicono, guarda con paura l’Iran perché potrebbe conquistare lo spazio. Più umilmente, dico io, dovremmo guardare con paura il mondo che non è in grado di provare compassione per nulla che non si rifletta alla specchio. E intanto, come diceva Walter Benjamin, ci rimane solo la speranza: perché solo per chi non ne ha più, come per la scimmia che ha navigato lontano, e per tutte le altre che navigheranno in futuro, c’è dato sperare ancora. Savasandir messere Kant? la scimmia morale sopra di me.

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Categorie:animot, philo, segnalazioni

1 risposta »

  1. “Dovremmo guardare con paura il mondo che non è in grado di provare compassione per nulla che non si rifletta alla specchio”.
    Nulla di più vero, è questo ciò che più dovrebbe spaventare e al tempo stesso far riflettere su se stessi e su quali siano i reali obbiettivi che si ha intenzione di raggiungere. Mi sono sempre chiesta anch’io, magari sbagliando o essendo parziale, come si possa continuare a pretendere di restituire agli animali non umani una dignità per se stessi (perchè anche di questo si tratta: porre fine al loro sfruttamento in quanto “illegittimo”, e non in quanto “inutile” o “dannoso”) portando avanti argomentazioni che non fanno altro che rafforzare e radicare quella stessa cultura che si mira a decostruire, come ci si possa soffermare (e addirittura incentrare l’intero dibattito) su problematiche che non sfiorano minimamente il fulcro del messaggio che si vuole far penetrare e che lasciano gli animali non umani ancora una volta sullo sfondo, senza permettergli di avanzare di un passo nella considerazione che l’animale umano nutre nei loro confronti. Oserei dire, al contrario, condannandoli a rimanere esattamente lì dove si trovano.

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